Stefano Rorai, un testimone scomodo del Risorgimento

“Nato da antica famiglia del Friuli, la cui nobiltà era stata arricchita con feudi dall’Imperatore Massimiliano I, famiglia che lungo i secoli ebbe uomini preclari in lettere ed armi e dignità, sempre in virtù, ed uno tra molti nunzio di Papa Clemente VII alla corte di Ferdinando re di Ungheria, ebbi dai genitori educazione pia e religiosa per l’esempio più ancora che per i precetti”. Così Stefano Rorai, discendente della nota famiglia pordenonese[1], inizia alcune note autobiografiche, scritte nel 1893 e particolarmente preziose per ricostruire il profilo di un uomo che fu protagonista controverso prima del Risorgimento e poi dell’Italia postunitaria. Stefano Rorai fu certamente un testimone scomodo delle vicende italiane, in quanto inviso dapprima ai clericali, che condannarono la sua scelta di lasciare l’abito sacerdotale e aderire alle idee mazziniane, e poi agli anticlericali che non accettarono il suo pieno ritorno nella Chiesa e il suo impegno nel confutare gli errori delle filosofie positiviste e materialiste, diffusesi nella seconda metà del XIX secolo.

Ancora molto giovane Stefano Rorai prese parte ai moti del 1848, a Roma, dove il padre si era trasferito con la famiglia. A rafforzare i suoi sentimenti patriottici contribuì lo stesso genitore, il quale, in qualità di amministratore del Seminario di Treviso, si rifiutò di concedere alle autorità austriache il cortile del Seminario stesso per la fucilazione di tre modenesi accusati di spionaggio. In seguito a tale episodio il nobile patì umiliazioni tali da portarlo alla morte e il Vescovo di Treviso propose al giovanissimo Stefano di entrare in Seminario. La sua pietà sembrò a tutti segno di vera vocazione e in effetti, nonostante alcuni dubbi, egli pronunciò i voti e si impose una severa forma di ascetismo, portando un cilicio con punte di ferro tre volte la settimana. Nei primi anni di sacerdozio si impegnò nella carità e nell’istruzione religiosa, senza risparmio né ambizione, lasciando ogni merito ad altri; ma ne patì la salute, tanto che fu trasferito a Mestre, dove la notte del 6 gennaio del 1858, durante un terribile uragano, fu anche protagonista di un gesto eroico, avendo salvato da un incendio tre persone. Ammalatosi di polmonite, rischiò la morte, e, per ironia della sorte, rischiò anche di ottenere un’onorificenza da parte degli austriaci, verso i quali maturava sempre più un sentimento di avversione politica.

Stefano Rorai, un testimone scomodo del Risorgimentoultima modifica: 2011-12-24T11:24:34+01:00da kkiaraa_08
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