Il ‘600

Premessa

Per scrivere di storia, occorre essere esaustivi. Non bisogna trascurare nessun elemento che determina un qualsiasi periodo. Il quale non è isolato, ma ha precedenti, concomitanze e conseguenze; e queste ultime pure hanno la loro importanza per individuare ciò che sta succedendo davvero in quello che c’era prima. Circa la esaustività, va tenuto presente che la realtà è sempre ‘un solido’ (come una statua), e non può esse vista complessivamente se non da punti di vista diversi, che poi sono da coordinare, individuando se e quali siano determinanti, con la conseguenza di una loro gerarchizzazione. A ciò va aggiunto, e ciò complica ancora le cose, che ‘il solido’, colto esaurientemente solo da punti di vista diversi, non è ‘statico’, ma vivo e cambia nel tempo. La necessaria sintesi per ricavarne ‘il tutto’, essendo successiva ai parziali punti di osservazione, può uscirne qualcosa di sfasato.

La Storia è come un’anguilla, sfuggente. Averla in mano con sicurezza, è difficile. Anche impossibile?

Difficile, perché si possono dare punti diversi di osservazione, validi da quel punto di vista e in quel dato momento. E su ciò è possibile giocare e sfruttare per convincere chi si colloca solo da quel punto o chi non è aggiornato. E sia con intenzioni scorrette sia per scarsità di informazione o di aggiornamenti. Da questo si può capire quanto sia difficile parlare e discutere su qualsiasi cosa, perché ognuno di noi non parla che tenendo conto di un punto di vista, come necessaria partenza per disegnare una sintesi, che avviene solo in un determinato tempo, punto statico rispetto alla realtà che cammina. Le condizioni sono talmente tante che sembra davvero scoraggiante, impossibile arrivare a conoscere esaurientemente una cosa, un fatto. E’ vero, ed è da onesti riconoscere che le cose non sono mai semplici. E quanto sia doveroso il riserbo e la prudenza nel parlare e nel giudicare. Cosa che ovviamente non interessa affatto a chi della verità e della realtà non si cura granché, ma solo quanto di essa gli serve, o lo avvantaggia. E di aspetti della realtà che fanno comodo se ne trovano in abbondanza, nella complessità e nelle variazioni delle cose.

Ma non impossibile! Se però nella realtà c’è un ordine, e ciò che avviene in essa si svolge secondo un disegno. Senza questo sarebbe inutile volerci capire qualcosa o pensare di installarsi nella realtà in un modo conveniente. Tante cose spingono a negare un ordine e un disegno nelle cose: la casualità e la caoticità negli avvenimenti, le ingiustizie e le cattiverie nei fatti storici. Si dovrebbe perciò vivere alla giornata e navigare a vista, prendere le distanze e guardarsi dalle sorprese, creandoci un posticino il più possibile sicuro e quieto. Tanto più che chi crede nell’ordine e in un disegno, sa benissimo che non ha argomenti razionali per sostenerlo, se non vuol chiudere gli occhi davanti al caos e al caso, all’ingiustizia e alla cattiveria. Al massimo può augurarsi o sperare che prima e oltre il disordine e la caoticità, ci sia un sottofondo ordinato, nonostante la smentita che quotidianamente ci arriva dai fatti contingenti. E’ un’aspirazione che nasce dal fondo di ognuno di noi ed è documentato da tutte le letterature.

Un sentimento da confinare solo nell’intimo, finché non ci si imbatte in qualcosa che segnala una presenza che concretizza questa aspirazione. Di un Altro da cui deriva in noi tale sentimento, e che può anche agire ed entrare nella storia. Si realizza così un contatto tra l’io e Dio, tra il desiderio e la Realtà. E chi crede nell’ordine e nel disegno, incontra la sicurezza e si avvia su un cammino sicuro pur in mezzo a tanto disordine.

Ma la presenza dell’ordine e del disegno non si avvertono con i sensi ma ci si crede, ed è il risultato di una introiezione nell’ io e, in esso, di un contatto con Dio.

C’è chi pensa che a questo ordine e disegno si possa arrivare facilmente; e che essi siano inseriti già nella Natura e nella Storia, senza bisogno di scomodare Dio o il soprannaturale. E’ il ragionamento del laico che pur non negando la religione, ritiene non utile ricorrervi per non creare screzi e divisioni. (è la laicità alla Kant)

C’è poi chi, pur ammettendo un ordine da realizzare nella Storia (interessato meno a quello della Natura), combatte il soprannaturale, vedendo nella dimensione religiosa non solo un elemento di confusione conoscitiva, ma un ostacolo intellettuale, morale e sociale per l’attuazione dell’ordine. (Hegel, Marx, Comte)

C’è infine chi non riconosce nessun ordine, e considera quello statale e giuridico non solo un ostacolo ma un attentato ai diritti dell’individuo. Sono i radicali (=i singoli, che – non tanto coerentemente- si uniscono per dire i loro ‘no’ in ambito civico-politico). E i surrealisti e le avanguardie artistico-letterarie (=quei singoli, che con un estetismo irrequieto e bizzarro, impongono la sregolatezza a quanto gli altri fanno e producono, vivendo di rendita, contraffacendo e sfruttando ciò che trovano già fatto)

IL SECOLO XVII

Per quanto riguarda la Storia moderna, il ‘600 è un periodo determinante, perché vi vengono fissati i capisaldi decisivi, grazie alla presenza in esso di pensatori di notevole taglia. Augusto Del Noce ne analizza l’aspetto filosofico nel libro ‘Riforma Cattolica e filosofia moderna’ (RCfm) uscito nel 1965; un libro non più ristampato, poco letto e raramente citato; compromettendo, a mio avviso, la puntuale percezione del pensiero delnociano.

Del Noce viene riconosciuto dagli esperti, come uno dei massimi competenti del ‘600 sotto il profilo storico-filosofico, e nella sua analisi egli assegna una posto di risalto al religioso francese Nicolas Malebranche (+1915/77anni), che nella storiografia corrente, non viene neppure considerato un filosofo, perchè -si dice- mescola filosofia e teologia. Del Noce si affianca a quegli storici del periodo che lavorano solo sulle fonti, a Etienne Gilson, a Jean Laporte e a Henri Gouhier -per stare nell’ambito dei pensatori credenti- stimati e rispettati grandemente anche dagli avversari. Egli ha svolto un lavoro personale di scavo, vasto e minuzioso, e la sua ricostruzione storica non è stata ancora presa adeguatamente in considerazione. Ed ci appare anche una cosa ovvia: bisognerebbe esserne all’altezza. Cosa che non credo siano in tanti in condizione di poterlo fare. E’ più comodo vivere ‘di seconda mano’ e assecondare l’andazzo comune, e troppo rischioso -per piazzarsi nel sociale- affrontare le reprimende e l’ostracismo dei soloni della cultura dominante.

Nel XVII sec. il paese che domina la cultura europea è la Francia e in essa un posto centrale è rappresentato dal giansenismo dei portorealisti. Saint-Beuve (uno scrittore e critico francese che pubblicò una Histoire de Port-Royal in 10 volumi) ricorda che ‘a Port-Royal si possono connettere, per un nesso o per un altro, tutti i grandi scrittori e pensatori dell’epoca’(RCfm.19) e non c’è vertenza che non si possa far risalire ai ‘solitari’ di Port-Royal, specie a Blaise Pascal (+1662/39anni) e a Antoine Arnauld (+1794/82 anni). Di quest’ultimo, che appare solo di sfuggita nelle storie di filosofia, Del Noce esamina la discussione avuta con Malebranche, considerandola un capitolo essenziale per inquadrare la filosofia moderna.

Fu una quarantennale discussione, raccolta in 42 volumi dell’edizione di Losanna, in cui l’oratoriano Malebranche e il giansenista Arnauld, pongono le basi di una delle due visioni storico-filosofiche della Modernità che avrà in Antonio Rosmini la sistemazione più coerente. La comune cultura filosofica non l’ha individuata, chiusa com’è nel non ammettere che quella della progressiva immanentizzazione del pensiero moderno, che viene liberandosi della sopranatura. A Malebranche e a Arnauld viene al massimo riconosciuta una funzione di passaggio da Cartesio alle filosofie successive, all’empirismo inglese e all’idealismo tedesco. Per Del Noce invece il loro pensiero è un passo decisivo della filosofia franco-italiana, che passando per Pascal, Vico e Gerdil sfocia in Gioberti-Rosmini, resistendo anche al tentativo di Gentile di unificare nell’attualismo la filosofia tedesca e quella italo-francese.

In Malebranche c’è la riconferma tradizionale che un ordine e un disegno nella realtà ci sono, e perché Dio ce li ha messi; ma –sottolinea Del Noce- con una specificazione nuova: che ciò si verifica grazie all’Incarnazione del Verbo. Che quindi non è solo opera di restaurazione, successiva alla creazione. E neppure a sé stante, del tutto indipendente dalla creazione, slegata anche dal peccato di Adamo, come pensava Duns Scoto; per il quale il Verbo si sarebbe incarnato, anche senza il peccato di origine. L’incarnazione, per Malebranche, è prima di tutto la spiegazione e la motivazione della creazione, senza cui questa non avrebbe potuto esserci. Tra l’infinito e il finito non c’è rapporto, ‘l’infinito si annulla davanti all’infinito e diventa un puro nulla’(Pascal). Il decidersi a creare -essendo il creato qualcosa di limitato- sarebbe un abbassamento per l’Essere Assoluto, senza che vi sia implicato anche ‘qualcosa’ di divino. Di qui il coinvolgimento nel ‘prodotto-creazione’ della II Persona della Trinità, fin dall’inizio, nella sua ‘struttura’, sì da renderne l’operato all’altezza della maestà di Dio. Nel Verbo incarnato quindi si trova l’input iniziale che presiede e spiega e la Natura e la Storia. In esse il Cristo c’è come ‘causa finale e causa materiale’ fin dall’inizio, e non solo come ‘aggiunta’ successiva la creazione e a suo ricupero, in conseguenza del peccato d’origine. Salta così tutta la pretesa autonomia e l’indipendenza totale delle realtà terrestri, legate quanto ad inizio e a fine, al Verbo-Cristo. Come del resto, è già espresso, a chiare lettere, nelle epistole agli Efesini (cap.1: ‘Ci ha benedetti… nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo… per essere suoi figli adottivi…) e ai Colossesi (cap,1: ‘Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui).

Tale veduta malebranchiana, che segna -secondo Del Noce- l’ingresso di Cristo nella riflessione specificamente filosofica, con un posto decisivo – e non solo emozionale o aggiunta devozionale- nella filosofia rigorosa, va tuttavia liberata -è ancora Del Noce a precisarlo- da quella piega che la distacca dal pensiero tradizionale, secondo cui Dio, nel creare, non agisce per la gloria ma solo per bontà. Col dare, invece, all’agire di Dio un fine intenzionale, se ne rende quasi prigioniera l’azione, e la volontà ne risulta come impotente di fronte alla progettazione dell’ intelletto, pur dopo la libera scelta di creare per bontà.

Malebranche partiva dal fatto che ‘in Dio non c’è accezione di persona’, A Lui non è possibile tener presente i singoli, –può agire solo per volontà generale e vie semplici-: ‘ogni altro amore che non sia l’amore di sé sarebbe in Dio déreglé’… Un atto d’amore rivolto verso il singolo nella sua singolarità sarebbe in Dio una ‘volontà patologica’(Del Noce: Il problema dell’Ateismo, p.477). Sarebbe un prevalere della volontà sull’intelligenza, un introdurre in Dio l’irrazionalismo; tale volontarismo oltre a intaccare la ‘moralità’ di Dio, avrebbe gravi conseguenza sulla stabilità e certezza della scienza e delle leggi di natura. Non è possibile un agire divino dipendente da una volontà svincolata dalla stabilità della verità divina.

Malebranche aveva per questo motivo corretto Cartesio (+1650/56 anni) –di cui era un fedele seguace- in quello che c’era di originale nella sua nuova idea di Dio. In quella libertà, che in Lui sarebbe così assoluta da poter prescindere da qualsiasi cosa; tanto libera e indipendente che le cose erano create non solo nella loro esistenza ma anche nella essenza. Le essenze, la loro natura, la loro verità, tutte le verità matematiche e logiche non sono eterne; sono realtà create, non consistenti in se stesse, ma tali solo perché volute così da Dio, dipendenti dalla sua sovrana volontà creatrice. Non ci sono insomma realtà ‘eterne’, ‘realtà di diritto’, ma solo ‘realtà di fatto’. La cui essenza si può constatare e verificare come si fa con i fatti, e non dedurre da principi, con le regole della logica.

Anche questa idea di Cartesio –come quella della centralità dell’Incarnazione di Mlebranche- l’idea dell’assoluta libertà di Dio, pur essendo la volontà di Dio ‘ordinata’ e non disgiunta dall’intelligenza, era una novità assoluta nel pensiero cristiano, che considerava le essenze, le verità eterne, immutabili anche per Dio. Era una svolta, ma a ben vedere, essa non faceva che esplicitare in modo più esaustivo -e quindi senza contraddirlo- il concetto che di Dio aveva la tradizione. Ed sarà ciò che permetterà a Pascal, di portare la critica del razionalismo al suo punto estremo, e a ritenere che il vero rapporto che si può avere con Dio è quello della fede e non quello che si elabora con la ragione, la Verità essendo non un concetto, ma una Persona, cui si accede e si esperimenta quando questa si dà a conoscere. Non più la fede quindi succedaneo della ragione, ma la ragione succedaneo della fede. ‘Non già dal credo al scio, come i filosofi razionalisti, ma al scio cui credidi’(RCfm.63). E anche Pascal, come Malebranche, si rifaceva a S.Paolo e ne sottolineava, a differenza di lui, il rapporto individuale, personale che Cristo ha con ogni singolo fedele: ‘Io pensavo a te nella mia agonia, io ho versato tale goccia di sangue per te…io ti sono più amico che tale o tale…’(RCfm.64). Ma tra Pascal e Malebranche c’era un’unità di fondo; entrambi sostenevano che ‘non ci può essere continuità ascensiva da nulla di creato a Dio; …nessuna creatura può essere motivo dell’azione creatrice divina, e quindi il fine della creazione dev’essere cercato nell’Incarnazione. Il cristianesimo è perciò la sola religione capace di stabilire una relazione tra infinito e finito; l’unica religione che rende a Dio un onore degno di lui… I filosofi osano accostarsi a Dio, come se non sapessero che la distanza da Lui e noi è infinita. Essi immaginano che Dio si compiace nel culto profano che essi gli rendono. Essi hanno l’insolenza, o se volete, la presunzione di adorarlo. Che essi tacciano’ (Entretiens sur la Mètaphisique) (PA.475)).

Se Malebranche era preoccupato di scongiurare l’irrazionalismo volontariatico, che dava un’idea non adeguata di Dio, Pascal (con Cartesio) si preoccupa di allontanare il razionalismo, che pretendeva di ridurre Dio ai limiti della ragione umana. Quel razionalismo che i cartesiani trovavano presente nella politica, a causa della Ragione di Stato (Machiavelli +1527/58anni ) e nella opinione dotta degli scettici libertini, con il loro materialismo ateo (libertinage érudit).

Ed è precisamente nello scontro con l’irreligiosità libertina, che si origina la filosofia di Cartesio. Qui l’indagine delnociana, e degli studiosi del ‘600 sopra ricordati, viene a scostarsi dall’opinione corrente. Cartesio, distaccandosi sia dalla scolastica che dal libertinismo, ha come avversario primo e determinante questo e non quella. Se egli supera l’impostazione cosmologica della scolastica, basandosi sull’io, sul soggetto e sulla libertà, lo fa partendo dallo scetticismo libertino che si contrappone con il dubbio al bene e alla verità oggettivi. Egli proprio partendo dal loro dubbio arriva a quella certezza del vero e del bene, che essi negano. Li cerca e li sconfigge sul loro terreno. Il mondo, la materia possono, nel dubbio, essere negati dall’ io, che non resta in loro balia, come sostengono essi; ma l’io può fare questo, e trovare la certezza di sé, solo perché rientrando in sé trova anche Dio. In tal modo Cartesio era riuscito a ‘mettere in luce e a problematizzare il soggiacente dommatismo materialistico’ dei libertini, ‘negatore, oltrechè della religione, della scienza e della morale’. Essi non potevano così sfuggire all’alternativa tra ‘l’affermazione dell’esistenza di Dio e la totale afasia -l’ateo non potendo affermare né la verità della scienza, né quella del mondo esterno e neppure quella dell’esistenza dell’io’-(PA, p.13)

Con Cartesio quindi Dio ritorna e resta certo, indiscusso e indiscutibile, e partendo dalla posizione più contraria che è il dubbio scettico degli atei libertini. I laici però e i laicisti questo non l’hanno visto, o non l’hanno voluto vedere. Essi sostennero che nella posizione e nel pensiero di Cartesio c’era l’azzeramento di ogni trascendenza, pur mascherato o nascosto da forme di incoerenza o di prudenza o di ipocrisia o di furbizia. Da queste incrostazioni occorreva liberarlo per coglierne il vero intento e pensiero. E così arrivare ad un cartesianismo di diritto, che lo stesso Cartesio avrebbe mancato. Il vero Cartesio era insomma quello che risultava dall’integrazione-interpretazione del suo interprete. Quindi tanti Cartesio quanti gli interpreti.

Gli storici con cui Del Noce si era unito, seguirono un’altra strada. Hanno voluto ascoltare prima di tutto quello che Cartesio aveva detto collocandone il pensiero nell’ambiente storico in cui si era espresso, senza badare a ciò che è venuto in seguito. Si sono attenuti al Cartesio letterale, e hanno scoperto un Cartesio diverso da quello che trasmetteva la volgata comune. E della filosofia abbiamo accennato.

Della scienza va detto che la critica di Cartesio, continuata in Malebranche, aveva dato manforte allo smantellamento della fisica aristotelica che era passata nella scolastica medioevale, di quel naturalismo animistico che era ancora dominante nel pensiero rinascimentale. (Anche in Bruno (+1600/52anni) e anche in Spinoza (+1677/45anni)). La nuova scienza non riconosceva più nelle cose le determinazioni di sostanza, di accidenti, di qualità… e negava alcunchè di reale nelle idee di causalità, di influsso, di impulso che si diceva passare fra le cose: si vedevano in esse solo quelle relazioni e quei rapporti costanti, esprimibili in leggi, che Galileo (+1642/ 78anni) formulava nel linguaggio matematico e con la garanzia della prova esperimentale. La scienza nuova ricercava nelle cose le condizioni e i rapporti sperimentabili, non le spiegazioni ontologiche, i fatti concreti e utilizzabili, non le cause filosofiche e astratte. Malebranche nella sua riflessione teologica era giunto ad affermare che di causa si poteva parlare, solo se c’era implicata anche la creazione: può causare solo chi crea. Veniva così privato di valore e di efficacia ogni causa seconda, quella delle creature fra loro. Solo il Creatore è la Causa reale di ciò che avviene in natura; quelle fra le cose, non sono che circostanze, occasioni, che possono essere sostituite da altre. Occasioni esperimentate costantemente nel loro succedersi, e possono per questo essere espresse in formule precise e stabili. Cartesio, Malebranche davano così un fondamento filosofico-teologico alla nuova visione scientifica delle cose, abbandonando definitivamente l’armanentario vitalistico-magico del pensiero rinascimentale

Il ‘600 è stato preceduto -non va mai dimenticato- da sconvolgimenti di capitale importanza. L’allargamento degli orizzonti terrestri, la scoperta di altre terre e di nuovi popoli, lo sprofondamento dell’universo ristretto tolemaico in quello smisurato copernicano, determinarono a livello di intelletto e di mentalità un turbamento per certi versi drammatico, incrementato poi a livello sociale e religioso dalle guerre di religione e dalla spaccatura del mondo cristiano. Impostazioni e credenze millenarie crollavano, convinzioni e costumi consolidati venivano travolti, creando confusioni e squilibri paurosi, e costringendo a soluzioni incerte, arruffate e drastiche.

Per l’anima religiosa, lo shock non fu piccolo: sia la visione dell’universo che la storia del mondo e del genere umano, costruiti sul dettato biblico, subirono scossoni tremendi; e l’autorità magisteriale della Chiesa ne uscì compromessa, prima ancora di subire l’umiliazione della ribellione protestante.

La Chiesa, però, rispose energicamente a livello di istituzioni (Concilio di Trento/1545-63-e Ordini religiosi/Gesuiti) e attraverso grandi pensatori. Tale risposta viene definita come ‘Controriforma’, ma è un vocabolo inesatto, perché ‘non si tratta, anzitutto, di un movimento di reazione contro le Riforme ‘Protestanti’; ma di una ‘Riforma Cattolica’ che se si oppone alle Riforme Protestanti è per mostrar loro una Chiesa purificata, ove nulla giustifichi più la loro dissidenza’(RCfm.IX). Agì anche a difesa di istituzioni, ma si espresse innanzitutto a livello culturale e filosofico. E con le nuove missioni in Asia e nelle Americhe, (ci fu una apposita congregazione creata nel 1622 -Propaganda fide), riprese prestigio e dimensione più vasti. Contro il cupo pessimismo luterano vennero rivendicate la libertà e la responsabilità della persona umana, facendo rifiorire l’Umanesimo cristiano a fronte delle deviazioni laicistiche e pseudoreligiose, (tra la natura pura di Molina +1600/65anni- e la natura dannata di Lutero +1546/63anni) insistendo su quel libero arbitrio, (la potestas ad opposta della volontà) già codificato da S.Tommaso, contro il determinismo naturalistico dei libertini e quello religioso dei protestanti.

Va pure tenuto presente il secolo XVIII che seguì, con il movimento illuministico, specie quello francese uscito di Bayle (+1706/59anni), protestante e poi cattolico e poi di nuovo protestante. Bayle fece cadere la diga contro l’irreligione che Cartesio aveva vittoriosamente alzano, riportando in auge la critica scettica del libertinage érudit. Con lui lo storicismo dei libertini volto al passato –niente di nuovo nella storia, tutto si ripete e non bisogna uscire dall’ingenuità – si rovesciò in storicismo aperto sul futuro -l’avvenire va costruito opponendosi alla tradizione-. Contro Bayle le armi di Cartesio erano spuntate, per quel carattere ‘monastico’ e astorico che tutto il cartesianismo aveva -rivela Del Noce- per l’abbandono all’irrazionalità, sotto la critica libertina, dell’intero campo politico-sociale. Concessione che ben vide -aggiunge Del Noce- G.B.Vico (+1744/77anni), che intervenne ridando vigore alla dottrina cattolica nel contrapporsi alla ‘città degli atei’, grazie alla teologia politica di Agostino (la ‘città di Dio’) lasciata cadere da Cartesio e compagni nel professare un agostinismo tutto interiore.

Il ‘600ultima modifica: 2009-11-26T15:48:31+01:00da kkiaraa_08
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